mercoledì 20 luglio 2011

PER LA STESSA RAGIONE DEL VIAGGIO

Kon ovla so mutavla
(chi sarà a raccontare)
kon ovla
 (chi sarà)
ovla kon ascovi 
(sarà chi rimane)
me gava palan ladi 

(io seguirò questo migrare)
me gava
(seguirò)
palan bura ot croiuti 
(questa corrente di ali)


¡¡¡Questo blog è chiuso!!!

martedì 19 luglio 2011

L’ISOLA

Il freddo speciale delle mattine di viaggio,
l’angoscia della partenza, carnale nel brivido
che va dal cuore alla pelle,
che piange virtualmente anche se allegra.
(Pessoa)

L’invitation au voyage è tra i poemi in prosa più noti della collezione dello Spleen, e nel contesto del viaggio che qui propongo avrebbe senza dubbio trovato un’adeguata collocazione. Tuttavia ritengo esserci un’altra opera di Baudelaire, sempre incentrata sulla medesima tematica, che riesce a sfiorare più alte vette poetiche. Parlo di Le voyage
In quest’opera, dedicata (non senza una certa ironia) alla persona di Maxime du Camp (scrittore, accademico, fotografo, nonché autore degli Chants Modernes: inno al progresso, al gas, all’elettricità e al vapore), l’ipotetico obiettivo visivo da prima fissato sulla figura dell’infante, del ragazzo, lentamente si allontana in una sorta di campo lungo, fino a darci una visione d’insieme dell’umanità, sulla quale incombe, eterna e immutabile, come in una sorta di eterno ritorno, l’ombra nera della morte.
Al principio di Le voyage troviamo una fondamentale quanto netta distinzione fra due antitetiche tipologie di viaggiatori. Da una parte stanno coloro i quali cercano nel viaggio un’illusoria via di salvezza, che credono di poter rompere un destino semplicemente mettendo fra sé e il proprio passato quei tanto famosi “litri e litri di corallo” che un’altra voce, in un altro tempo, cantava. Dall’altra stanno i veri viaggiatori, uomini non più in fuga da una Circe tirannica ma bensì alla ricerca dell’ignoto, viandanti che l’esperienza ha reso abili nell’assecondare e armonizzare e assorbire l’urto immane causato dall’incedere impetuoso del loro destino.

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancore e di voglia d’amare,
e andiamo, assecondando il ritmo dell’onda che schiuma,
cullando il nostro finito sull’infinito del mare:

felici di fuggire una patria infame, gli uni;
l’orrore del proprio passato, gli altri, e alcuni,
astrologhi smarriti dentro gli occhi di una donna,
Circe tirannica dai profumi maligni.

Per non essere mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e cieli ardenti;
il ghiaccio che li morde, il sole che li abbronza,
cancellano lentamente il segno dei baci.

Ma i veri viaggiatori sono solo quelli che partono
per partire; cuori leggeri, simili a palloncini,
mai dal loro destino si allontanano,
e sempre, senza sapere perché, dicono: Partiamo!
(trad. mia)

Come per ogni altra cosa destinata a segnarci come una ruga la fronte, anche per capire le ragioni che stanno oltre un impellente desiderio di partire occorre tempo: mesi, se non anni. Eppure i veri viaggiatori non si consumano alla tremula luce di simili dubbi. Loro possiedono il dono celeste del saper guardare solo alla sostanza, al viaggio, e lasciano fuori tutto ciò che attiene al passato o all’avvenire. Non custodiscono ricordi, né possiedono ben più misera speranza. Sono eccelsi, perché, simili agli dèi, sanno il loro destino, e non lo sfuggono, ma bensì l’assecondano, nel ritmo ondoso del loro eterno viaggiare.
E io, che di notte ancora conto le Circi, che nel dormiveglia ancora fantastico chimere, per una ragione che ora non ricordo o per un’altra che mai vorrei avere, anch’io parto, e questo blog, per il quale so che non troverò più il tempo che vorrei (e no, non voglio mutarlo in un diario di viaggio, come Circe muterebbe in porco un greco qualsiasi), questo blog chiude.
Signorine e signori cari, spero che l’Inghilterra non sia donna tanto gelosa da negarmi l’occasione di un rendez-vous lucchese, ma francamente ignoro in toto il temperamento di questa decrepita bagascia accecata. Sarà come sarà, cioè come deve essere. Ma ecco, se potete, fatemi gli auguri, perché siete voi quelli a cui ora dico:
addio.

Enfer ou Ciel, qu’importe?
Au fond de l’Inconnu
pour trouver du
nouveau!

DEL VIAGGIO - TERZO INTERMEZZO

(Fly!)

Un'ottima ragione per visitare il centro commerciale di Piacenza.

lunedì 18 luglio 2011

domenica 17 luglio 2011

PAESI MIEI

(Cerro, lungolago)

“Un paese ci vuole”, scriveva Pavese, “non fosse altro che per il gusto di andarsene via”. La luna e i falò resta il suo romanzo più fortunato, quello che per anni gli è vibrato e rimbalzato fra lo stomaco e la gola fino a esplodere in un travaso d’inchiostro durato lo spasimo di 3 mesi. Tuttavia Pavese non ci parla affatto dell’andarsene, del viaggio intrapreso magari verso quell’America per anni studiata e tradotta, ma bensì dell’argomento opposto, del tornare. Il suo è, a tutti gli effetti, un romanzo del ritorno. 
“Sotto la luna e le colline nere Nuto una sera mi domandò com’era stato imbarcarmi per andare in America, se ripresentandosi l’occasione e i vent’anni l’avrei fatto ancora. Gli dissi che non tanto era stata l’America quanto la rabbia di non essere nessuno, la smania, più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame”.
Con Pavese si ha quasi sempre torto a parlare di suspense: nei suoi romanzi non c’è nulla che si avvicini, anche lontanamente, al poliziesco, al mistero svelato o da svelare. Tutto è già placidamente noto, fin dall’inizio, e i pochi, banali segreti che si vanno via via rivelando sono tutti annunciati anzitempo dal tono dimesso della voce narrante. È quello che si chiama un destino. Tutto è già dato in partenza, nulla può essere aggiunto o modificato, così nella letteratura come nella vita. Il discorso è lungo.
“Pareva un destino. Certe volte mi chiedevo perché, di tanta gente viva, non restassimo adesso che io e Nuto, proprio noi. La voglia che un tempo avevo avuto in corpo (un mattino, in un bar di San Diego, c’ero quasi ammattito) di sbucare per quello stradone, girare il cancello tra il pino e la volta dei tigli, ascoltare le voci, le risate, le galline, e dire ‘Eccomi qui, sono tornato’ davanti alle facce sbalordite di tutti – dei servitori, delle donne, del cane, del vecchio – e gli occhi biondi e gli occhi neri delle figlie mi avrebbero riconosciuto dal terrazzo – questa voglia non me la sarei cavata più. Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna – dormivo all’Angelo e discorrevo col Cavaliere – ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più”.