(Charles M. Schulz, Peanuts, da «Linus», n. 32, nov. 1967)
"Lo so bene! - esclamò il vecchio Qfwfq, - voi non ve ne potete ricordare ma io si. L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata: quand’era il plenilunio - notti chiare come di giorno, ma d’una luce color burro -, pareva che ci schiacciasse; quand’era lunanuova rotolava per il cielo come un nero ombrello portato dal vento; e a lunacrescente veniva avanti a corna così basse che pareva lì lì per infilzare la cresta d’un promontorio e restarci ancorata."
[Italo Calvino, La distanza della Luna, nov. 1964]
[Italo Calvino, La distanza della Luna, nov. 1964]
Non parliamo di influenze, ché sarebbe ridicolo dal momento che le date inficiano ogni possibile presupposto. Resta comunque il fatto, cioè la prova, che Calvino, più di altri, e, con ogni probabilità, meglio di altri, ha saputo percorre negli anni una strada che fosse, per un certo verso, parallela a quella del fumetto. Non è una grossa novità, anzi, egli stesso ne ha più volte dato conferma nei suoi scritti, basti citare, su tutti, l’esempio delle Lezioni Americane: meticoloso consuntivo di una personale esperienza letteraria quarantennale e, al contempo, lucida fotografia stilistica dei sommi vertici della letteratura italiana e non.
Ora, la domanda è semplice: quanto deve Calvino al fumetto? Schulz, troppo tardo e celebrato, risulta essere una fonte da scartare. Viceversa, il Corrierino e «Il balilla», acerbo frutto fascista, possono offrire ottimi spunti di partenza. Un appunto d’eccezione lo merita anche il «Bertoldo», prima vera vetrina di Calvino, che - come del resto accadde per un altro eccelso, Federico Fellini - nella primavera-estate del 1940 pubblicò le sue celebri vignette, per così dire, "umoristiche":
(da Album Calvino, a cura di L. Baranelli e E. Ferrero)



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