venerdì 24 giugno 2011

DI JEFF HAWKE

 
(Barbarella)

Tempo fa tenevo una rubrica di fumetti all’interno di una rivista rivolta a collezionisti generalisti. Mi occupavo di tutto io, dalla scelta dell’argomento alle immagini da pubblicare. In una di quella poche, sventurate volte in cui l’argomento fu invece scelto da terzi, mi venne richiesto un articolo su Jeff Hawke di Sidney Jordan. Lo redai senza grande entusiasmo, non amando granché il fumetto in questione né, in generale, le opere di fantascienza.
Oggi mi è capitato fra le mani un vecchio numero di «Linus» (n.  31, a. 3, Ottobre 1967) sul quale, guarda caso, sono state pubblicate alcune strips di Jeff Hawke. Nello specifico, si tratta di due cicli brevi, Incognito e Libertà, i quali hanno come protagonista non il prode Jeff, ma bensì il temibile villain Chalcedon, il suo fido aiutante Cappuccio e un composito nugolo di svariati alieni tra i quali figura anche il pavido Kolvorok, simbolo della polizia galattica nonché nemico giurato di Chalcedon.
Leggo le strips di Jeff Hawke tutte d’un fiato fino ad accorgermi (e, in parte, a ricordarmi) di alcuni particolari interessanti che enumero e descrivo qui di seguito.
1. La grandezza di Jeff Hawke sta nel suo particolare humour narrativo. Senza tale caratteristica il fumetto risulterebbe una lettura di una noia pericolosamente mortale, assimilabile a qualsiasi altra paccottiglia fantascientifica d’altri tempi in cui improbabili vicissitudini in altri mondi e universi sono miscelati a uno scialbo sense of wonder che, sebbene tentassero di apparire rivoluzionari ai tempi, oggi risultano, semplicemente, illeggibili. Certo, anche l’epopea di Jeff Hawke non è esente dalle sopraccitate critiche (non in toto, almeno) e difficilmente – almeno nelle prime storie – essa raggiunge il livello di questi due brevi ma perfetti cicli. Insomma, per la maggior parte si tratta di temerarie avventure condotte in universi fantasiosi dove, in seguito a una lunga sequela di gesta eroiche e a colpi di scena, tutto si conclude per il meglio, inevitabilmente: il nemico è sconfitto e l’eroe salva la bella (tra l’altro, è interessante notare come, da un dato momento in poi, tale fumetto vada riempiendosi di donzelle sempre più affascinanti e svestite: Barbarella docet?).
2. Quasi sempre, sono gli alieni a dar luogo agli sketches più divertenti, tanto che si può arrivare a credere che i periodi migliori di questo fumetto sono quelli in cui il suo protagonista, il biondo Jeff, se ne sta altrove, in disparte. Limitiamo ora al primo dei suddetti cicli. In pratica, cosa accede? Chalcedon càpita ex abrupto su di una navicella spaziale guidata da quattro alieni fannulloni, simili a buffe larve monocole, i quali lo accolgono con ogni reverenza perché l’hanno scambiato col loro severo capo. Svelato l’inganno, invece che prendere subitaneamente possesso della navicella ricorrendo all’uso della forza (come, del resto, sarebbe lecito aspettarsi), Chalcedon propone a questi un accordo: se lo nasconderanno dalla polizia galattica, egli li aiuterà a sistemare l’enorme mare di lavoro che, da qualche anno a questa parte, hanno bellamente ignorato giochicchiando a carte. Siglato l’accordo, Chalcedon e il suo fido compagno Cappuccio si mettono alacremente al lavoro. Terminano ogni compilazione e riparazione appena in tempo perché la loro navicella sia individuata dalla polizia galattica. Ecco che dunque fa la sua comparsa Kolvorok e gli eventi prendono una piega imprevista. Prima di tutto, Kolvorok controlla i libri contabili della navicella e…
 
 
(Si noti l’espressività degli occhi e il saluto degli alieni pigri) 

 …e, non trovandovi alcun errore, si insospettisce e arriva a ipotizzare la presenza di Chalcedon a bordo della medesima. Questa scena, in particolare, merita di essere letta con attenzione perché ci conduce diretti al prossimo punto:



(Si notino gli alieni riflessi nella pupilla di Kolvorok) 

3. I disegni. I disegni di Sidney Jordan sono qualcosa di terribile. Se dovessi farne un paragone, all’estremo opposto metterei i Peanuts, il faccione tondo e pulito di Charlie Brown, riconoscibile a chilometri di distanza. Viceversa i disegni di Jordan risultano essere particolareggiati in una maniera tremenda, e non per puro vezzo artistico ma per fondamentali esigenze narrative. Ecco che allora goderne in un formato tanto esiguo diventa terribile e leggere in pochi attimi una strip di Jeff Hawke risulta un’impresa impossibile, per il semplice fatto che ogni singola vignetta contiene in sé un numero variabile di elementi che, agendo in sinergia con le parole dei balloons, rivelano la corretta interpretazione della vicenda. Ancora una volta si torna dunque all’ironia di cui sopra. In cosa consiste, in pratica? Non siamo di fronte al classico sketch ridanciano alla Rat-Man, o alla filosofia dei Peanuts. Sidney Jordan, da bravo inglese qual è, utilizza uno humour che è per lo più suggerito, mai esplicitato, alla maniera di un silenzioso invito all’indirizzo del lettore a cercare da sé, sparsi nel minuscolo mare in tempesta del disegno, le chiavi di lettura di un’opera che, all’apparenza, sembra voler puntate a tutt’altro, a un genere di avventura ben più classico consolidato. Così, quella che parrebbe essere una vicenda drammatica elevata a dimensioni interplanetarie, condita da criminali facinorosi e alieni ingenui, si trasforma, man mano che la nostra pesca di particolari procede, in commedia buffa.
4. Sintesi di quest’opera di Jordan è il personaggio di Cappuccio, il fido compagno di Chalcedon. Il suo aspetto sembra, a prima vista, quello del tipico cattivo, del personaggio malvagio pronto a compiere ogni sorta di nefandezza al fine di aiutare il suo compare Chalcedon. Ecco come egli si presenta appena salito a bordo della navicella:


(Cappuccio, in basso a sx)

Oltre a essere armato, il suo sguardo minaccio è fisso sugli alieni fannulloni, ma basta un attimo perché avvenga il cambiamento. Nella strip successiva lo vediamo infatti parlare al quarto alieno, che è affetto da febbre dello spazio, e perciò sempre imbambolato a canticchiare canzoni senza senso apparente:
 

Nella vignetta parrebbe non esserci nulla di anomalo, se non una domanda (seria) di Cappuccio e una risposta (beffarda e illogica) dell’alieno malato. Eppure, se si osserva con più attenzione, si nota che Cappuccio ha la visiera aperta e che quelli che credevamo essere i suoi occhi minacciosi altro non sono che le fenditure del cappuccio che indossa (da cui, appunto, il nome Cappuccio). Ma allora, quali sono i suoi veri occhi? Noi, a differenza dell’alieno malato a cui è permesso di osservarli subito, lo scopriamo sono in seguito, nel ciclo seguente, quando Cappuccio, per salvarsi la vita, e costretto a cedere alle insistenti richieste della signora di Korr e a prenderla in moglie:


Ecco che allora, nel corso di una situazione paradossale e ironica, si palesa il vero sguardo di Cappuccio, ovvero quello di un poveretto in balia di eventi più grandi di sé. I suoi occhi sbarrati esprimono il suo vero carattere, la sua vera natura che tentava inutilmente di nascondere dietro la minacciosa visiera. È dunque questa la corretta chiave di letture di queste avventure Jeff Hawke? Un volto all’apparenza minaccioso oltre il quale si nasconde un grande e moderno sberleffo al genere della fantascienza?
5. La traduzione. Leggendo Jeff Hawke spesso ci si domanda con quali canoni sia stata effettuata la traduzione. A dirla tutta, è questo un genere di problema che ci si pone per tutte le opere di cui quotidianamente fruiamo, ma è anche vero che il problema risulta avere un peso ben maggiore quando sappiamo che l’opera che abbiamo di fronte non utilizza uno lessico, diciamo, comune, ma bensì qualcosa di più ricercato e complesso (in questo senso, esempi che mi vengono or ora in mente sono Krazy Kat e Pogo). Se questa traduzione sia stata condotta in maniera soddisfacente, sprovvisti come siamo degli originali, non possiamo accertarlo. Tuttavia ci riserbiamo il beneficio del dubbio, soprattutto quando ci troviamo di fronte a frasi del genere...

(Detto da un monocolo)

...o, per non limitarci al povero Jordan, a traduzioni come questa:
 
(You’re welcome!)

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