Regrets,
I've had a few
I've had a few
(Logo rubato a Spari, O__O")
Purtroppo non ci sono foto dell’evento, non mie per lo meno, ma ciò che racconto è comunque accaduto. Lo provano le altre foto, quelle fatte dopo, di ciò che Cavazzano (e Faraci) hanno firmato e disegnato.
Informato dal buon vecchio, soprattutto vecchio, Spari, vengo a sapere che venerdì 10 giugno va di scena la seconda edizione di Streep e che, per la prima serata, gli ospiti sono Cavazzano, Faraci e Corona. Mica male, mi dico, e mi organizzo. La serata cominciava alle 19.00 e io, per non sbagliare e per evitare figuracce, programma di arrivare almeno per le 18:45. Arrivo in stazione a Milano, faccio un salto in università, sbrigo una cosa o due poi prendo una decina di tram e, finalmente, eccomi in the place to be (come direbbe un nostalgico tamarro). Sono quasi le otto, ‘azzo.
Il luogo è un buco per di più inculato nella periferia milanese, zona navigli (che io ho sempre immaginato, chissà per causa di quale retaggio di immagine letteraria, zona misteriosamente fascinosa, e invece essa mi appare abbandonata e fatiscente come qualsiasi altra zona nella periferia di Milano). Arrivato al civico che mi ero segnato, sono più o meno certo di aver sbagliato posto, e la manifesta indigenza di casino pare confermarmelo ampiamente. Vorrei chiedere informazioni all’unica ragazza che scorgo nei paraggi, ma sono uomo e mi trattengo. Non sapendo che fare, entro nel cortile che mi sono segnato, giro un angolo, passo un cancellaccio che potrebbe essere quello di una vecchia fabbrica e, in fondo a un giardinetto (di erba sintetica?), scorgo un drappello di individui assisi intorno a una tavolata. Quello più in fondo lo riconosco subito, è Cavazzano. Accanto, Faraci. Poco più in là, Corona (capellone, leggermente diverso dall’ultima volta che l’ho visto a Lucca). Forse c’è altra gente che conosco, tuttavia non soffermo oltre lo sguardo per una sorta di soggezione che ormai m’è famigliare come i cazzi in culo. Avanzo in direzione della tavolata, la passo con nonchalance, e m’imbuco dentro il locale. Un ragazzo all’ingresso mi saluta. Rispondo con garbo, sperando che mi scambino per una persona rispettabile e che il gioco regga il più a lungo possibile.
“Ciao, vorrei entrare. Se non sbaglio devo fare la tessera Arci, no?”
“Sì, non ce l’hai?”
“No”.
“Ma hai quella del 2010?”
“No.”
“Più vecchie?”
“Mai avuta”.
“Però hai inserito on-line la domanda per richiederla”.
“Eeeeh…”
“Almeno ventiquattro ore fa”.
“Eeeh…”
“Se no non ti posso fare la tessera, capisci?”
“Ah, la domanda, cavoli se l’ho inserita. Due volte forse”.
“Bravo. Nome cognome data di nascita, poi firmi qui. Se dovesse per caso passare un carabiniere che ti domanda quando hai richiesto la tessera che gli dici?”
“Io no parla tua lingua”.
“Bravo, son 10€”.
Pago e faccio per entrare, ma un dubbio mi trattiene. “Senti, per caso sai se Spari è già qui?”
“Me la già chiesto uno… No, non credo”.
Il locale è vuoto, salvo per un banchetto di ragazzi che, per lo più, vende fumetti degli autori presenti, più una lussuosa copia de Le cinque fasi, che sfoglio con curiosità mista a orrore (quest’ultimo indotto dal prezzo, ammontante a trenta e qualcosa euro). Sputo schifato e mi avvio alla ricerca dei fatiscenti cessi. Piscio, mi sciacquo, bevo dal rubinetto (acqua calda, puah!), esco e ritorno in giardino. Vedo un tizio che parla vicino all’entrata, assomiglia a Spari, suppongo sia Spari. Mi presento, lui fa altrettanto, poi rilancia e dice: “Vi presento gli ospiti. Corona (piacere), Faraci (piacere), Cavazzano (p-piacere: ho la tremarella).” Poi, memore di quanto gli avevo domandato giorni prima, mi guarda e dice: "Le fanno le dediche, gnè gnè". E mi mostra i due volumi di L'ombra di Walt con disegno e dedica di Corona.
Ci sediamo, parliamo un poco prima che incominci la serata o, meglio, la cena. Conosco un ragazzo, ci scambiamo amichevoli giudizi sugli autori. Nemmeno lui è di Milano, la cosa mi sorprende e più avanti mi sorprenderà ancora di più. Cavazzano e Faraci parlano fra di loro, li tengo sottocchio aspettando il momento giusto (esisterà?) per rompere loro le balle. Quando sembrano aver terminato il loro conciliabolo, raggiungo in disparte Faraci e gli domando la gentilezza di un autografo. Acconsente senza problemi e io gli sottopongo la mia copia di Novecento:
Informato dal buon vecchio, soprattutto vecchio, Spari, vengo a sapere che venerdì 10 giugno va di scena la seconda edizione di Streep e che, per la prima serata, gli ospiti sono Cavazzano, Faraci e Corona. Mica male, mi dico, e mi organizzo. La serata cominciava alle 19.00 e io, per non sbagliare e per evitare figuracce, programma di arrivare almeno per le 18:45. Arrivo in stazione a Milano, faccio un salto in università, sbrigo una cosa o due poi prendo una decina di tram e, finalmente, eccomi in the place to be (come direbbe un nostalgico tamarro). Sono quasi le otto, ‘azzo.
Il luogo è un buco per di più inculato nella periferia milanese, zona navigli (che io ho sempre immaginato, chissà per causa di quale retaggio di immagine letteraria, zona misteriosamente fascinosa, e invece essa mi appare abbandonata e fatiscente come qualsiasi altra zona nella periferia di Milano). Arrivato al civico che mi ero segnato, sono più o meno certo di aver sbagliato posto, e la manifesta indigenza di casino pare confermarmelo ampiamente. Vorrei chiedere informazioni all’unica ragazza che scorgo nei paraggi, ma sono uomo e mi trattengo. Non sapendo che fare, entro nel cortile che mi sono segnato, giro un angolo, passo un cancellaccio che potrebbe essere quello di una vecchia fabbrica e, in fondo a un giardinetto (di erba sintetica?), scorgo un drappello di individui assisi intorno a una tavolata. Quello più in fondo lo riconosco subito, è Cavazzano. Accanto, Faraci. Poco più in là, Corona (capellone, leggermente diverso dall’ultima volta che l’ho visto a Lucca). Forse c’è altra gente che conosco, tuttavia non soffermo oltre lo sguardo per una sorta di soggezione che ormai m’è famigliare come i cazzi in culo. Avanzo in direzione della tavolata, la passo con nonchalance, e m’imbuco dentro il locale. Un ragazzo all’ingresso mi saluta. Rispondo con garbo, sperando che mi scambino per una persona rispettabile e che il gioco regga il più a lungo possibile.
“Ciao, vorrei entrare. Se non sbaglio devo fare la tessera Arci, no?”
“Sì, non ce l’hai?”
“No”.
“Ma hai quella del 2010?”
“No.”
“Più vecchie?”
“Mai avuta”.
“Però hai inserito on-line la domanda per richiederla”.
“Eeeeh…”
“Almeno ventiquattro ore fa”.
“Eeeh…”
“Se no non ti posso fare la tessera, capisci?”
“Ah, la domanda, cavoli se l’ho inserita. Due volte forse”.
“Bravo. Nome cognome data di nascita, poi firmi qui. Se dovesse per caso passare un carabiniere che ti domanda quando hai richiesto la tessera che gli dici?”
“Io no parla tua lingua”.
“Bravo, son 10€”.
Pago e faccio per entrare, ma un dubbio mi trattiene. “Senti, per caso sai se Spari è già qui?”
“Me la già chiesto uno… No, non credo”.
Il locale è vuoto, salvo per un banchetto di ragazzi che, per lo più, vende fumetti degli autori presenti, più una lussuosa copia de Le cinque fasi, che sfoglio con curiosità mista a orrore (quest’ultimo indotto dal prezzo, ammontante a trenta e qualcosa euro). Sputo schifato e mi avvio alla ricerca dei fatiscenti cessi. Piscio, mi sciacquo, bevo dal rubinetto (acqua calda, puah!), esco e ritorno in giardino. Vedo un tizio che parla vicino all’entrata, assomiglia a Spari, suppongo sia Spari. Mi presento, lui fa altrettanto, poi rilancia e dice: “Vi presento gli ospiti. Corona (piacere), Faraci (piacere), Cavazzano (p-piacere: ho la tremarella).” Poi, memore di quanto gli avevo domandato giorni prima, mi guarda e dice: "Le fanno le dediche, gnè gnè". E mi mostra i due volumi di L'ombra di Walt con disegno e dedica di Corona.
Ci sediamo, parliamo un poco prima che incominci la serata o, meglio, la cena. Conosco un ragazzo, ci scambiamo amichevoli giudizi sugli autori. Nemmeno lui è di Milano, la cosa mi sorprende e più avanti mi sorprenderà ancora di più. Cavazzano e Faraci parlano fra di loro, li tengo sottocchio aspettando il momento giusto (esisterà?) per rompere loro le balle. Quando sembrano aver terminato il loro conciliabolo, raggiungo in disparte Faraci e gli domando la gentilezza di un autografo. Acconsente senza problemi e io gli sottopongo la mia copia di Novecento:
(Dedica di Faraci su Novecento)
Visto che siamo in ballo, domando a Cavazzano altrettanto:
(Firma di Cavazzano su Novecento)
Visto che il ballo ormai è una salsa (tra poco diverrà rumba), e non è affatto un caso se il mio zaino pesa quanto un porcello ingrassato a dovere per l'annuale sagra di paese, estraggo da esso la mia copia di Dragon Lords per un secondo giro, domandando a Cavazzano una dedica a mio nome (cioè un: a Simone con balle varie). E Cavazzano disegna questo:
(Un Paperino di Cavazzano)
Sticazzi, dico, ma non è finita. Con me ho ancora un oggettino che ha un valore particolare. Non ne racconto la storia, lunga e noiosetta, in cui pagani eccessi di idolatria si intersecano a sodomitici urletti isterici, bensì mi limito a mostrarvi due fotuzze semplici semplici che da sé ben descrivono quello che non posso dire a parole:
(...!)
Si noti il piedistallo, e non la copia del Viaggio sentimentale su cui esso poggia:
(...! ...!)
Terminata questa estemporanea sessione di dediche di cui sono stato quasi l'unico beneficiario (l'amico di cui sopra aveva con sé solo l'edizione da edicola di Novecento: due autografi e via), siamo ripiombati nell'attesa della cena.
Giusto per sollazzare i nostri fini apparati uditivi, uno fra i presenti (ignoro veramente chi fosse, mea vergogna) comincia a narrare un divertente aneddoto su Andrea Pazienza. Un giorno, invitato a una fumetteria o libreria di Milano, il grande Paz fa una cosa da Paz, si mette cioè in testa di voler intrattenere il pubblico non con banali saggi del suo illustre genio grafico bensì con poesie di W. B. Yeats. Passano i minuti e la scena che si va creando è pressapoco la seguente: calca infernale, libreria presa d'assalto, casino tremendo, urla, baccano, sommosse fanatiche e Paz che, tramite walkman, ascolta le poesie di Yeats, capendo una parola sì e una no, e dunque le ripete, una parola sì e una no, al vorace pubblico. Fischi, minacce, volgarità varie lanciate un po' a tutto il parentame, e quasi si sfiora la rissa. Al che, ispirato dall'ilare aneddoto, Cavazzano suggerisce di fare qualcosa di simile per movimentare la serata e propone me (me me) come promotore di una serie di vari insulti che scatenino l'indignazione dei presenti. Dunque rissa a oltranza. Faraci acconsente divertito, Corona si tira fuori. Provo a mandarlo a fanculo ma niente, non c'è tempo per altro, la serata comincia.
Giusto per sollazzare i nostri fini apparati uditivi, uno fra i presenti (ignoro veramente chi fosse, mea vergogna) comincia a narrare un divertente aneddoto su Andrea Pazienza. Un giorno, invitato a una fumetteria o libreria di Milano, il grande Paz fa una cosa da Paz, si mette cioè in testa di voler intrattenere il pubblico non con banali saggi del suo illustre genio grafico bensì con poesie di W. B. Yeats. Passano i minuti e la scena che si va creando è pressapoco la seguente: calca infernale, libreria presa d'assalto, casino tremendo, urla, baccano, sommosse fanatiche e Paz che, tramite walkman, ascolta le poesie di Yeats, capendo una parola sì e una no, e dunque le ripete, una parola sì e una no, al vorace pubblico. Fischi, minacce, volgarità varie lanciate un po' a tutto il parentame, e quasi si sfiora la rissa. Al che, ispirato dall'ilare aneddoto, Cavazzano suggerisce di fare qualcosa di simile per movimentare la serata e propone me (me me) come promotore di una serie di vari insulti che scatenino l'indignazione dei presenti. Dunque rissa a oltranza. Faraci acconsente divertito, Corona si tira fuori. Provo a mandarlo a fanculo ma niente, non c'è tempo per altro, la serata comincia.
Entriamo nel locale e ci sediamo a un tavolone per la cena. Cavazzano è a capo tavola. Mentre si aspetta che il cameriere raccolga le ordinazioni conosco un altro ragazzo e insieme ragioniamo su quante altre volte potremmo dire di aver cenato allo stesso tavolo di Cavazzano. Cose da raccontare ai nipotini. Chiacchierando del più e del meno, il ragazzo mi confida che neanche lui è di Milano, ma di Alessandria (addirittura) e che, viste le premesse e gli ospiti, si aspettava di trovare più gente. Effettivamente constato per l'ennesima volta che siamo veramente in pochi. Tolti gli autori, gli addetti ai lavori e gli amici amici di Spari (che in totale saranno stati una ventina), il pubblico vero e proprio siamo noi tre ragazzi, che, cosa ancora più incredibile, siamo tutti di fuori Milano. Ora, non voglio dire che la serata fosse organizzata in malo modo o mancasse di attrattiva, anzi, c'erano grandi ospiti, l'ingresso era gratuito per chi già possedeva la tessera Arci (che, a Milano, suppongo abbastanza diffusa), e l'atmosfera di cordiale amicizia ridanciana era quanto di meglio si potesse chiedere per un evento del genere. Il problema vero e proprio, che credo mai prima d'ora mi si era presentato in maniera tanto concreta, è che il fumetto italiano, l'intero mondo del fumetto italiano, tolti tutti gli aspetti accidentali, circostanziali e secondari (il cosplayers, i banchetti per le dediche, gli stand per la compravendita degli albi), e offerto nella sua forma più pura e naturale, è veramente poca, pochissima cosa. Una macchiolina, un semino gettato nel mare del mondo. Ausonia brucia gli originali di Interni a Lucca, ma chi lo sa? Gipi disegna capolavori e realizza un film, ma chi ne parla? Cavazzano, Faraci e Corona fanno una serata a Milano, ma dov'è il pubblico? Non c'è, non esiste. Più tardi, dopo i dibattiti di cui parlerò, il locale è andato riempiendosi di fighetti accorsi col semplice proposito di comportarsi come la loro natura esige, bevendo drinks alcolici e parlottando di phaigha. Hanno visto che c'era qualcosa in corso, che uno sparuto drappello di individui si inebriava delle parole profuse da tre tipi sopra un palchetto, e forse, nell'incuranza dei loro atteggiamenti, hanno anche intuito che si parlasse di fumetti e che quei signori sul palco ne erano gli autori, ma tanto non è bastato per indurli a restare, a far sì che si domandassero cosa mai ci fosse oltre quei paperi e quei topi che brillano inghirlandati di paillettes sulle loro allegre magliette alla moda. Sembrerebbe una protesta la mia, e invece non lo è affatto. Mi va bene così, preferisco di gran lunga vivere in un ambiente del genere, in questo laghetto elitario, conchiuso, finanche minuscolo - ma lago di Achab! da caccia alle balene! -, dove uno starnuto fa notizia perché può spettinare l'incauto bietolone di turno, piuttosto che abbandonarmi a un caos indiscriminatamente popolare, banalmente massificato. La massa, qualunque massa, non è semplicemente in errore: è un errore. Detta così, lo so, pare una cavolata, ma vedrete che prima o poi mi capiterà di trovare una qualche citazione di Joyce o di Proust nel quale si afferma questo medesimo concetto e, allora, vedrete che anche la mia puerile verità apparirà un zinzino più grande. Nell'attesa, attendete la seconda parte di questo resoconto.
EDIT: Noto che anche Spari ha postato un suo resoconto (negativo) sull'evento. Leggetevello!







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