(Cerro, lungolago)
“Un paese ci vuole”, scriveva Pavese, “non fosse altro che per il gusto di andarsene via”. La luna e i falò resta il suo romanzo più fortunato, quello che per anni gli è vibrato e rimbalzato fra lo stomaco e la gola fino a esplodere in un travaso d’inchiostro durato lo spasimo di 3 mesi. Tuttavia Pavese non ci parla affatto dell’andarsene, del viaggio intrapreso magari verso quell’America per anni studiata e tradotta, ma bensì dell’argomento opposto, del tornare. Il suo è, a tutti gli effetti, un romanzo del ritorno.
“Sotto la luna e le colline nere Nuto una sera mi domandò com’era stato imbarcarmi per andare in America, se ripresentandosi l’occasione e i vent’anni l’avrei fatto ancora. Gli dissi che non tanto era stata l’America quanto la rabbia di non essere nessuno, la smania, più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame”.
Con Pavese si ha quasi sempre torto a parlare di suspense: nei suoi romanzi non c’è nulla che si avvicini, anche lontanamente, al poliziesco, al mistero svelato o da svelare. Tutto è già placidamente noto, fin dall’inizio, e i pochi, banali segreti che si vanno via via rivelando sono tutti annunciati anzitempo dal tono dimesso della voce narrante. È quello che si chiama un destino. Tutto è già dato in partenza, nulla può essere aggiunto o modificato, così nella letteratura come nella vita. Il discorso è lungo.
“Pareva un destino. Certe volte mi chiedevo perché, di tanta gente viva, non restassimo adesso che io e Nuto, proprio noi. La voglia che un tempo avevo avuto in corpo (un mattino, in un bar di San Diego, c’ero quasi ammattito) di sbucare per quello stradone, girare il cancello tra il pino e la volta dei tigli, ascoltare le voci, le risate, le galline, e dire ‘Eccomi qui, sono tornato’ davanti alle facce sbalordite di tutti – dei servitori, delle donne, del cane, del vecchio – e gli occhi biondi e gli occhi neri delle figlie mi avrebbero riconosciuto dal terrazzo – questa voglia non me la sarei cavata più. Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna – dormivo all’Angelo e discorrevo col Cavaliere – ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più”.
“Sotto la luna e le colline nere Nuto una sera mi domandò com’era stato imbarcarmi per andare in America, se ripresentandosi l’occasione e i vent’anni l’avrei fatto ancora. Gli dissi che non tanto era stata l’America quanto la rabbia di non essere nessuno, la smania, più che di andare, di tornare un bel giorno dopo che tutti mi avessero dato per morto di fame”.
Con Pavese si ha quasi sempre torto a parlare di suspense: nei suoi romanzi non c’è nulla che si avvicini, anche lontanamente, al poliziesco, al mistero svelato o da svelare. Tutto è già placidamente noto, fin dall’inizio, e i pochi, banali segreti che si vanno via via rivelando sono tutti annunciati anzitempo dal tono dimesso della voce narrante. È quello che si chiama un destino. Tutto è già dato in partenza, nulla può essere aggiunto o modificato, così nella letteratura come nella vita. Il discorso è lungo.
“Pareva un destino. Certe volte mi chiedevo perché, di tanta gente viva, non restassimo adesso che io e Nuto, proprio noi. La voglia che un tempo avevo avuto in corpo (un mattino, in un bar di San Diego, c’ero quasi ammattito) di sbucare per quello stradone, girare il cancello tra il pino e la volta dei tigli, ascoltare le voci, le risate, le galline, e dire ‘Eccomi qui, sono tornato’ davanti alle facce sbalordite di tutti – dei servitori, delle donne, del cane, del vecchio – e gli occhi biondi e gli occhi neri delle figlie mi avrebbero riconosciuto dal terrazzo – questa voglia non me la sarei cavata più. Ero tornato, ero sbucato, avevo fatto fortuna – dormivo all’Angelo e discorrevo col Cavaliere – ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più. Da un pezzo non c’erano più”.


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